La vasca, il divano, la culla

Chiedo scusa a chi conosce già la storia dell’asilo, ma continuo a trovare pezzi antichi, scritti dieci anni fa, e ho l’impressione di dover dare loro un poco di luce prima di procedere oltre. Sento quella scrittura davvero arcaica, e oggi non li scriverei più così, eppure non posso lasciarli nell’oblio. Credo di averlo fatto fin troppo tempo. Prendetela come un’archeologia scrittoria, con i personaggi stilizzati di profilo e senza prospettiva, pochi colori.

Ho però completato il racconto, per come mi sento oggi, in questi giorni, ormai.

 

 

2008, all’incirca.

Io non ricordo esattamente cosa sia successo.
Ricordo il luogo, il cottolengo.
Ricordo che ero piccola. Che c’era mio padre.
Ricordo il bambino acrocefalo, che dal greco vuol dire con la testa a punta, e il bambino idrocefalo, che dal greco vuol dire con la testa piena d’acqua. La testa era anche spropositatamente enorme, ma questo il greco non lo dice.
Io non ricordo cosa provai, perché ero in un’età preverbale, e quando le parole non le metti giù subito, poi ti dimentichi.
Ma so che ero a disagio.
Ero a disagio anche quando andavo all’asilo con i bambini spastici, e stavo seduta accanto ad un bambino che sbatteva continuamente la testa contro il muro. Mi sedevo volontariamente, vicino a lui. Ero tanto preoccupata che se la rompesse, la testa. Ero preoccupata per lui in generale, in realtà, perché uno che passa le ore a sbattere il cranio contro il muro qualche problema ce lo deve avere.
I problemi vennero anche a me, credo, perché tutte le mattine, quando l’Erminia mi accompagnava all’asilo, avevo sempre mal di pancia.
Una mattina l’Erminia mi graziò, e disse alla maestra che mi riportava a casa, perché avevo tanto mal di pancia.
Credo di non essere più andata all’asilo dopo quella mattina. Rimanevo in casa con l’Erminia, che puliva la casa, stirava e preparava da mangiare. Amavo tanto l’Erminia. Con l’Erminia cantavamo tutto il giorno Bella Ciao. L’Erminia veniva da Busto Arsizio, era del ’32, e aveva visto la Guerra. Prima che papà la assumesse come colf in casa faceva l’operaia in una fabbrica di lavatrici. Non le cadeva mai di mano nulla, perché quando montava le lavatrici, aveva un sacco di bulloni in mano da avvitare. Diceva che se qualcosa ti sfuggiva di mano pazienza, quella lavatrice forse sarebbe stata difettosa. Non avevano tempo alla catena di fermarsi a raccogliere i pezzi che perdevano.
Neanche a me cade mai nulla di mano.
All’asilo dei bambini spastici c’era una maestra molto dolce e buona. Un giorno le chiesi se per favore potevo andare anch’io con gli altri bambini.
Ogni giorno formavano un gruppo di bambini che andavano a fare delle cose da qualche altra parte. Chissà cosa facevano. Volevo tanto andare anch’io. “Maestra, posso andare anch’io?”
No.
Non potevo.
Io ero “normale”.
I bambini normali non potevano andare.
Discriminazione al contrario. Cazzo.
Poi no. Non sono mai più stata “normale”.
Sono sempre stata “strana”.
Sei strana…
Strana.
Sono strana.
Boh.
Non so.
Sì, forse sono diventata strana all’asilo.
Mio papà lavorava al cottolengo perché si occupava di riabilitazione dell’handicap. Una volta si diceva così. Il percorso è stato:
spastico.
handicappato.
portatore di handicap.
disabile.
portatore di disabilità.
diversamente abile.
non ho ancora sentito “portatore di abilità diversa”, e spero di non sentirlo.
Perché poi qual è questa abilità diversa che hanno? Quella di sopravvivere in un mondo fatto a misura di “normale”? Quando mia madre parcheggia sulle strisce, sui marciapiedi, sugli scivoli, sulle rampe, dicendo che i pedoni sono arroganti perché quando sono sulle strisce pedonali vogliono attraversare, penso di sì.
In ogni caso abbiamo saltato “portatore di spasticità”.
In base a questa classificazione io sarei dunque una “portatrice (sana?) di normalità”. Ora, dove io debba portare questa mia normalità, nel mondo, in mezzo alla gente, in cima ad una montagna, in questi 34 anni di normalità clinica presunta, non mi è ancora riuscito di capirlo.
Sono diversa? Sono uguale? Sono strana? I miei “simili”, mi somigliano veramente? E qual è la mia abilità?

CHAPTER II. PEAUX-ROUGES
in realtà il disagio che provavo davanti ai bambini con la testa-acquario non era dovuto ad un disagio personale, che pure in parte c’era.
Quel disagio era cosciente, e quindi innoquo.
Il vero trauma che si è impresso nella mia visione del mondo, senza che potessi fare nulla per averne consapevolezza, fu questo: il mondo era un luogo dove i bambini erano malati e soffrivano, circondati dalla miope indifferenza degli adulti. Il dolore di questi bambini era tangibile alle mie percezioni, eppure mi sembrava che i grandi rimanessero sordi a queste grida.
Forse era solo la mia sofferenza a rimanere inascoltata. In qualche modo le urla spontanee dei bambini spastici erano reali ed udibili, mentre il mio grido restava silenzioso, sepolto dentro di me.
Fu questo, credo, il motivo, per cui ad un certo punto, verso i tre anni, smisi di parlare.

Indossai il mio costume di carnevale da pellerossa e non volli più toglierlo.
Era di panno rosso con bordi a ghirigori di plastica gialla che dava fastidio alla pelle.
In dotazione avevo anche un enorme copricapo con le penne di aquila e un tomahawk (di gommapiuma grigia, lo ricordo come se lo avessi ora tra le mani).
Non avevo il calumet della pace.
E questo fu invece il motivo, credo, per cui, verso i tre anni, entrai in guerra e vi rimasi molto, molto, molto a lungo.

Little big horn fu quando venni sgridata per un motivo che ritenni evidentemente ingiusto e mi fu ingiunto l’ordine di ritirarmi in camera.
Entrai in camera e sbattei violentemente la porta. Questo sarebbe bastato a far deflagrare l’universo, ma non bastava a saziare la mia ubris. Riaprii la porta con calma glaciale e pronunciai all’indirizzo di mia madre che campeggiava al fondo del corridoio dalla parte opposta di dove mi trovavo io le seguenti parole:
non-si-trattano-così-i-bambini.
Avevo riacquistato le facoltà verbali.
Quello che da persona adulta mi impressiona di quella frase lontana, è il senso di lotta di classe.
Vi era il senso di un’appartenenza, alla sottospecie dei bambini, quello di un distacco, dal mondo degli adulti, e il profondo, radicato, innato senso di ingiustizia che hanno le vittime di un sopruso.
Quello fu Little big horn, e quella fu l’ultima volta che i pellerossa vinsero una battaglia. Poi arrivò il settimo cavalleggeri, arrivò Custer, il maledetto pusillanime, e non vi furono più Nuvola rossa, Toro seduto, Cavallo pazzo, a corrermi al fianco scalpicciando nella polvere. Fui sola, vinta, ingannata, oltraggiata. Mi ritirai in riserva, persi la mia identità. Il Grande Spirito si arrese. Per un po’.

CHAPTER III. GLI ANNI DELL’ESILIO, DELL’ANARCHIA, DELLA SIMBIOSI MORTIFERA
durante gli anni dell’esilio avvennero i seguenti fatti:
mia madre mi costrinse a fare il liceo classico anzichè il liceo artistico.
Mia madre mi costrinse a fare architettura anzichè l’accademia di belle arti.
Io ebbi un esaurimento nervoso che culminò in una notte di tregenda di cui tutti secondo me abbiamo cercato di dimenticare i contorni, durante la quale, in ordine sparso, mi chiusi a chiave in bagno e mi infilai nella vasca come se questa potesse teletrasportarmi Altrove, mia madre mi urlò “tu non puoi trattarmi così”, mio padre bussò a lungo alla porta del bagno cercando di convincermi che sarebbe stato davvero meglio se fossi uscita, io risposi all’indirizzo di mia madre “perché, chi cazzo sei, cristo sceso in terra????”, uscii infine dal bagno, mia madre tentò di seguirmi in mansarda dovei trovai riparo in seguito all’espulsione dal bagno, io opposi un ostinato silenzio a mia madre che tentava di dirmi cose di cui ho rimosso il contenuto, mia madre ridiscese infine le scale.
Quella notte segnò l’acme del climax dello stato di tensione che vivemmo in casa durante gli anni dell’esilio, di quello che successe dopo non ricordo nulla, era stato troppo per tutti, ci siamo chiusi ciascuno in se stesso, giunti alla conclusione, maturata individualmente ma condivisa, che fosse meglio ignorarsi che scannarsi.

Durante gli anni dell’anarchia ognuno si faceva i cazzi propri, per cui non ho niente da raccontare. Semplicemente, non accadde nulla.
ognuno stava in camera propria, la sera mia madre cucinava in silenzio, apparecchiavamo in silenzio, ci sedevamo in silenzio. Arrivava mio padre, in silenzio, si sedeva, mangiava, si alzava, se ne andava, in silenzio, poi sparecchiavamo, si lavavano i piatti, ognuno si ritirava in camera propria, in silenzio. Brevi comunicazioni di servizio, quando non se ne poteva fare a meno.
Gli anni dell’anarchia si risolsero brillantemente grazie al corso naturale degli eventi.
Mia sorella si sposò e uscì di casa.
Mia madre si separò e uscì di casa.
Io e mio padre rimanemmo, dando così il triste avvio all’ultima era. Gli anni della simbiosi mortifera.

Io vivevo sopra, e lui sotto. Scendevo solo per fare la lavatrice, perchè mi ero dotata di una cucinotta con bombola. Ciononostante era evidente come non ci sopportassimo più. Litigavamo per un nonnulla. Io, in realtà non lo sopportavo più. Fortunatamente, se così possiamo dire, ad un certo punto, precisamente dopo l’abbandono di mia madre, mio padre andò via con la testa.
Pensieri deliranti, paranoia, fobie, ansia al chiodo, fantasie suicidarie, panico totale. Era messo veramente male, poverino. Si fece chiudere per un po’ a villa serena, che di fatto è un manicomio, però aveva le sbarre alle finestre, e questo sembrava rassicurarlo. Durante la sua villeggiatura coi matti gli mandai un sms col Nokia 3310, che diceva “ti voglio bene” e lui mi rispose col suo Nokia 3510 con un sms che diceva “ti voglio bene anch’io”, e questa è stata la più grande dimostrazione di affetto verbalmente espressa che ci sia mai stata fra me e mio padre, e non escludo che i suoi psicofarmaci e la mia condizione psichica fortemente scossa dalla realtà manicomiale abbiano giocato un ruolo determinante.
Da allora ha fatto un po’ entra-esci dall’istituzione psichiatrica finché non prendemmo la decisione di vendere corso monte cengio e separarci, e dopo un mio secondo esaurimento nervoso causato dall’ingresso nell’età adulta, finalmente stiamo tutti bene, ognuno nella sua casa, ognuno autosufficiente, ognuno con la sua vita da vivere. È bellissimo.

CHAPTER IV.
la mamma sulla porta di casa sua mi chiede: e quando vedremo il tuo saggio?
Il mio saggio. Carlotta, la figlia del suo compagno ha un saggio di hip hop. A 18 anni voleva fare un corso di qualcosa, non ricordo più, nello spettacolo. Ovviamente gliel’hanno impedito, perché costava troppo, sembrava una di quelle iniziative-lenza per ragazzine vogliose di apparire in tivvù. Forse avevano anche ragione, per carità, non so.
Sta di fatto che mia madre ha sempre dovuto stabilire chi avesse talento e chi no e soprattutto per cosa sì e per cosa assolutamente no. Nella fattispecie, lei può fare tutto quello che vuole, gli altri no, specie se sono donne, giovani, carine, intelligenti, appassionate, capaci, e quindi in grado di adombrare il suo show di assolo personale con occhio di bue puntato.

(2018)
Quando era bambina voleva fare la ballerina, sognava le scarpette rosse, come la fiaba di Andersen, ma lei aveva in mente il film del 1948 e Lermontov, l’ambizioso impresario. Credo sognasse sia l’amore sia la propria realizzazione personale, proprio come Vicky Page. Ma, proprio come nella fiaba, le scarpette rosse non si addicevano alla chiesa e alle ragazze per bene. Così la nonna non le permise di ballare. Credo si sia realizzata lo stesso nella vita, e anche abbia conosciuto l’amore, qua e là, tra i grandi dolori. Eppure. Eppure io penso che se la nonna le avesse permesso di indossare le scarpette rosse, sarebbe stata una ballerina straordinaria, mia madre aveva un corpo forte, bellissimo, un’energia inesauribile, un’ambizione sfrenata, la caparbietà di un mulo, lo spirito di sacrificio di un asceta, ed è sempre stata una personalità istrionica, era nata per stare sotto i riflettori. Avrebbe impiegato con frutto la sua emotività fuori controllo per emozionare il pubblico. Era abbastanza matta per essere un’artista eccentrica, di quelle che vengono ricordate per un vago eccesso di narcisismo che volentieri si perdona a chi ci fa sognare quando performa sulla scena.
Ora che ci penso, ho l’impressione abbia vissuto la maggior parte della sua vita recitando, ma in effetti non posso dire di conoscere davvero mia madre, non credo di averla mai compresa davvero, eravamo troppo diverse e non mi è mai capitato di vederla senza il costume di scena addosso.
Cosa può voler dire essere veri, essere autentici?
Talvolta la sera, verso le sette, in quell’ora priva di definizioni che non è più luce ma non è ancora buio, spengo la lampada grossa, tengo accesa solo l’abat-jour sul tavolo. Chiedo ospitalità nel divano dei kids e mi seppellisco sotto Cocco Benji e Cagnolino. Entro in una specie di dormiveglia. Lascio andare i pensieri dove vogliono. Più che pensare io i pensieri, mi lascio pensare da loro. Non mi è ancora riuscito di capire se sono più vicina ad una forma minore di illuminazione o ad uno scompenso, fatto sta che mi accade di provare una forma sconosciuta e potente di amore, indiscriminato, non sento odio alcuno per chicchessia, pure quelle persone di cui potrei arbitrariamente pensare mi abbiano fatto del male nella vita, le vedo in una dimensione totalmente impersonale, in quel momento non possiedo cicatrici, non sarebbe esatto dire che in quel momento mi sento guarita. Più precisamente, è come se non fossi mai stata ferita. In quel momento, nel mio asilo politico nel divano dei kids, sono integra. Mi sono sempre chiesta perché questo mi accada solo su quel divano, che è piccolo, e non su quello grande. Non ho trovato una risposta migliore del fatto che quel divano ha solo due posti, e per starci dentro mi ci devo rannicchiare e farmi piccola, diventa come una culla, e io credo di sentirmi al sicuro, in quella culla. Come mi sentii al sicuro nella vasca da bagno, durante la notte di tregenda. Cercavo una culla bianca nella quale mettermi in salvo, e trovai la vasca da bagno.

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Ulisse Sbagliato

Ti ho incontrata l’ultimo giorno dell’anno. Chi mi ha suggerito di uscire per sgranchirmi le ginocchia, proprio oggi, proprio a quest’ora. Non so. Quale conoscenza mi ha indicato la strada corretta, tra i mille inutili bivi che avrei potuto scegliere. Non lo so. Perché, dopo averti individuato come una comune sagoma, cui la mia attenzione aveva già deciso di dedicare solo una coda di un occhio, perché, mentre ti facevi vicina, ho sentito che dovevo guardarti? Così, nel mezzo della strada, ti ho riconosciuta, io, Ulisse Sbagliato, ho riconosciuto te, la mia balia. Balia! La mia amata balia, la mia Erminia.
Ti metto in salvo, da un lato della strada. Ma chi ha salvato la mia vita, quella sei tu. Prima le tue ritrosie, la modestia, come hai fatto a conoscermi (sta per riconoscermi), sono una vecchia no non sei una vecchia non sei brutta non sarai mai brutta. Sei la mia Erminia. La mamma come sta e come sta la Nana e i ragazzi. E tu. E tu. Sai sono caduta dal letto una notte. Poi arriva. Come un’onda di piena, potente e inarrestabile. Sento salire un’acqua dentro. Sai, le dico, ti pensavo qualche giorno fa, e non è una bugia. Mi sono ricordata di quando mi compravi i giornalini, Pinocchio, e Anna dai capelli rossi e gli altri. Avevo un elenco lunghissimo, di tutte le cose che l’Erminia ha fatto per me. Grazie, le dico, grazie di tutte le cose che hai fatto per me. Incidentalmente inizio a singhiozzare mentre tento goffamente di ringraziarla, per tutte le cose che ha fatto per me. Conveniamo che siamo state fortunate, noi a incontrare lei, e lei a incontrare noi, ma credo più noi a incontrare lei. Ricordiamo la casa di corso monte cengio, siamo state felici lì, vent’anni di felicità, e poi vent’anni a ricordare la felicità. Poi mi saluta. È meglio che vada, mi dice, perché ci mette un poco a riprendere il cammino. Le tengo la mano, mentre tenta il primo passo. Le chiedo se vuole che l’accompagni, ma lei sorridendo mi dice di no, che ce la fa. Ecco, parte. Piano piano, forse malcerta. Parte. Mi incammino nella direzione opposta. Ma attraversata la strada mi fermo e mi giro. Per guardare che non sia caduta, ma soprattutto per guardarla. Ed ecco. Un altro passo, poi l’Erminia si ferma. Si gira. Per guardarmi. Quel suo girarsi è un regalo dentro il regalo. Ci salutiamo ancora una volta, con la mano. Poi andiamo.
Ecco, penso andando via, le persone sono di due tipi, quelle che si girano, e quelle che non si girano. Io e l’Erminia siamo persone che si girano. Io preferisco le persone che si girano, prima di andare via. Ti danno l’impressione che qualcosa rimanga sempre, anche dopo che ci si è separati. Forse è solo un pensiero, ma i pensieri sono importanti, e la mia testa è piena di pensieri.

Sostituire un fratello morto. Kit di sopravvivenza

Due giorni prima di Natale mi si è rotta la caldaia e davanti agli occhi mi passa tutto il film con la colonna sonora di Auschwitz in sottofondo. Come caldaisti ho due fratelli, che per l’occasione saranno ribattezzati arcangelo del Circolatore e arcangelo della Caldaia tutta intiera. Li ho chiamati con la voce del panico e loro che hanno il dono dell’empatia hanno capito che non potevano lasciare una donna sola al freddo durante il momento più temibile dell’anno: il Natale. Sono venuti il primo giorno in emergenza e il secondo giorno hanno risolto. Per un totale di 48 ore senza riscaldamento. In quelle 48 ore un solo pensiero costante: Auschwitz. Il freddo mi ha preso immediatamente all’anima prima che al corpo, o è arrivato all’anima passando attraverso il corpo (perché lo sanno tutti che l’anima vive dentro al corpo). A volte quando sento che sto per mollare mi ripeto che (magari non io ma) come specie siamo sopravvissuti ad Auschwitz. Come hanno fatto, se io dopo 48 ore al freddo (freddo! 16 gradi!) sognavo già il reticolo elettrificato? L’essere umano sopravvive alla tortura. Ad ogni forma di deprivazione. Alla violenza. Perché? Da tempo indago i limiti della mia voglia di vivere. Mi chiedo seriamente se sono contenta di essere nata. Specie quando mi coglie la FM syndrome, la sindrome di Freddie Mercury, quella con una sola voce nell’elenco sintomatologico: 1. Sometimes I wish I’ve never been born at all.
Ora, anche in questa canzone, il problema è che lui ha puntato una pistola alla tempia di qualcuno e ha sparato. Il problema è sempre questo, lo dicevamo qualche post fa. Sopravviviamo sempre a scapito di qualcun altro.
Dovrei saperlo molto bene io, che sono nata solo perché il mio fratellino mai nato ha gettato la spugna mentre si trovava nell’utero di mia madre, forse si è appoggiato al reticolo. Un po’ lo invidio. Un po’ me lo immagino che è diventato il mio Angelo Custode, perché intanto mi ci ha messo lui in ‘sto casino, o per dirla diversamente, mi ha lasciato il posto.
Si dev’essere guardato intorno, deve aver pensato no, non fa per me. Mi ha tenuto la porta aperta, io ero un po’ ingenua, sono entrata, quando mi sono voltata lui non c’era più. Insomma mi ha incastrato. Per cui come minimo ora mi deve proteggere. Chissà se sarebbe stato meglio vivesse lui e io non fossi mai nata. A volte penso di sì. Mio padre voleva un maschio, mia madre non mi ha mai sopportato, e anche mia sorella mi diceva sempre che le sarebbe piaciuto avere un fratello. In poche parole, me lo dicevano anche loro: sometimes we wish you’ve never been born at all. Una FM syndrome transitiva. Quella diretta al complemento oggetto. Così l’unica persona della famiglia a non avermi mai rigettato rimane proprio mio fratello, doveva chiamarsi Simone. Aspettavano tutti Simone. Invece Simone ha preso il treno per un’altra destinazione. E al suo posto è arrivato un regionale con le zecche e dentro c’ero io. Dicono che nascere dopo un fratello morto sia di per sé patologizzante. Sei un sostituto. Quando in prima media ci fecero disegnare la famiglia, io non mi disegnai. Disegnai anche il gatto, ma non me stessa. La prof si risentì un poco e mi disse gentilmente ma con fermezza di tornare al banco e disegnarmi. Allora già che i miei familiari li avevo ritratti su un molo, feci che disegnare alle loro spalle una barchetta (chiusa) e io dentro che salutavo dal vetro. Ciao ciao ciao. La cima era slegata. Ciao ciao ciao. Insomma, me ne volevo andare pure io. A sedici anni andai a vedere la mia prima casa in affitto. Non avevo soldi alcuni, ma volevo vedere com’era fatta una casa tutta per sé. La teoria di Virginia per l’emancipazione. Scelsi l’offerta più economica sul mercato, era una mansarda del centro storico, sopra il cinema. Il tipo era gentile, mentre salivamo le scale mise le mani avanti: non è molto grande. L’ambiente non era poi male. Volendovi ambientare il sequel delle Mie Prigioni o la seconda parte dei Quaderni dal Carcere era perfetta. Non ero il tipo di adolescente che matura di botto con una scelta radicale. Rimasi ancora a lungo nella casa dei miei genitori, tutto sommato protetta, protetta come poteva essere protetto il mio fratello mai nato dentro l’utero nel quale era morto. Ci morii in quella casa. Ci morii lentamente, giorno per giorno, come si muore in Campo, sopravvivendo con il corpo e morendo nell’anima.
Però Simone deve aver visto mentre si trastullava su una nuvola che mi aveva tirato uno scherzo brutto, così mi mandò il mio salvatore. La mia migliore amica del ginnasio aveva il papà psichiatra e siccome praticamente ci vivevo, a casa di Emma, e il papà aveva lo studio in casa, codesto buffo signore prese a conoscermi giorno dopo giorno e giorno dopo giorno prese a volermi bene, e fu lui a tendermi la mano quando mio papà fu ricoverato per la prima volta in clinica psichiatrica. Ma questo è un altro post.

L’Olandese Volante è iscritto al registro delle opposizioni

Convincere l’amigdala che va tutto bene non è così semplice. L’amigdala non è come un cane o un bambino. L’amigdala non dimentica in fretta. L’amigdala non dimentica un cazzo. Ha la memoria dell’elefante. Sei abituata a quella gradevole sensazione di costante arousal, non hai mai meno di quattro fronti aperti in contemporanea, e quando i fronti si chiudono per cause naturali, per tua scelta, o per sfinimento tuo o altrui, il metabolismo non se ne accorge. L’hai armato fino ai denti, l’hai addestrato come un soldato della seal navy e quello ora è programmato per combattere, col cazzo che ti fa stare tranquillo sul divano a leggere. Quello vuole un nemico da uccidere prima che l’altro uccida lui. Così ogni giorno mi ritrovo ‘sto veterano di guerra traumatizzato e mi vedo che ci passerò il resto della mia vita a trattarlo.
Rilassare la muscolatura. Non è così difficile il problema è che non dura. Per via della programmazione. Rilassare i muscoli è come respirare: lo devi fare in continuazione. Respirare. Respirare è l’altro problema. Oh respiro mio respiro! Tu sei una cosa di cui io non dovrei essere consapevole. Ma se mi diventi affanno, dimmi. Se mi diventi affanno, come faccio ad ignorarti?
A volte questa fatica raggiunge un culmine, persino la mia potente amigdala è spossata. Subentra una sorda strisciante tristezza. Con la tristezza arriva la calma. Ipotetiche inesistenti battaglie presenti o future si sbiadiscono per lasciare il posto alla memoria delle battaglie passate e concluse. Quanto appaiono miserabili ora quelle lotte intestine. Insensati, questi morti. Solo perché siamo programmati per uccidere. Primo Levi lo diceva, che si sopravvive sempre a discapito di qualcun altro. Io mi sono sempre immaginata che in situazioni di quel genere, sarei stata il personaggio che muore nei primi dieci minuti. Avrei fatto una domanda a sproposito e mi avrebbero sparato a bruciapelo in mezzo agli occhi. Sarei morta asfissiata nel vagone sigillato. O, giunta in campo, mi sarei appoggiata per riposarmi al reticolo elettrificato. Forse per sbaglio forse no, perché forse avrei preferito morire che testimoniare l’orrore ogni giorno.
Eppure in qualche modo sono tornata dal Campo.
Il numero l’ho tatuato dentro. Non sbiadirà mai. Specie in giornate come questa, piove nel cuore dell’inverno, io schiacciata tra due avamposti nemici, il Natale e il Capodanno. Mi chiedo se non sono più fortunati quelli che ci hanno lasciati. Se lo chiedeva anche Socrate.
Ma poi penso alle ragazze di Sarajevo, che hanno fatto il concorso di bellezza sotto le bombe, perché volevano vivere e allora ‘fanculo alla guerra. Le amo quelle ragazze, chissà dove sono ora, e cosa fanno. Finché erano vive hanno voluto vivere, non hanno voluto morire prima del tempo. Magari si sono laureate magari hanno un marito e un bambino. Magari hanno scritto una musica o una canzone o una poesia. Me le ricordo nel video di Pavarotti e Bono, quella canzone struggente. Quella che dice che c’è un tempo per camminare con lo sguardo a terra, e c’è un tempo per andare a prendere la tua corona e poco importa se assomigli più ad un pagliaccio che ad una regina. Allora penso che possiamo sapere cos’è l’amore solo perché abbiamo conosciuto la guerra, e se non avessimo sofferto la fame il freddo e gli insulti, non saremmo in grado neanche di riconoscere il volto che ci ama. Credo di aver capito che l’amore si impara per forza negativa, sappiamo cosa non è, e quello che rimane è l’amore. L’amore è un decantato. È un precipitato, raccoglilo sul fondo.
Al Natale sono sopravvissuta, ora devo traghettarmi oltre il Capo dell’Anno, e glielo avrò buttato in culo anche a questo 2017. In fondo anche il Capo di Buona Speranza prima si chiamava Capo delle Tempeste. E non finirò a vagare in eterno nella bruma come l’Olandese Volante perché che ricordi, quando il diavolo mi ha disturbato sul cellulare mentre stavo cenando perché voleva comprarsi la mia anima, io gli ho risposto che ero iscritta al registro delle opposizioni, ho attaccato e svelta svelta ho bloccato il numero.

Dall’epistolario

 

 

Caro ******,

Buon Natale

Il presepe è sempre il presepe, il gruppo, la collettività, la tribù, la fratellanza….. Ho un mio presepe interiore, e non so se tu sei un Re Magio che porta doni o un bue o asinello che riscaldano la fredda mangiatoia o il bambinello che annuncia una buona nuova notizia: amatevi. O il buon Giuseppe, felice del suo bambino anche se non ha ben capito la storia dell’Angelo di bell’aspetto che gli ha raccontato Maria. Forse hai qualcosa dell’Angelo inchiodato in cima al tetto della capannuccia, quello che reca il festone con la scritta: Pace in terra agli uomini di Buona Volontà. Se ti guardo bene sei una somma dei tratti delle varie comparse che animano la vita del villaggio, il pescatore con la sua pesca miracolosa di lucci argentati, il venditore di caldarroste, il pastore con la pecorella smarrita intorno al collo, come Candy Candy col procione Clean, che forse lo scalda un po’. Poi c’era il vecchio e il bambino per mano, come la canzone di Guccini. Ma il mio preferito, quello che amavo più di tutti, era il vecchio con la lanterna, era più alto degli altri, e io lo mettevo sempre alla destra della capanna, vicino, che vegliasse su quella comunità un poco semplice, tutta brava gente, per carità, ma lui la sapeva più lunga degli altri, infatti aveva la lanterna, e vedeva più lontano. Gli altri si davano un gran daffare, lui invece teneva la memoria e lo storytelling della faccenda, sono sicura che ha scritto un libro di quella vicenda, forse era uno dei quattro evangelisti, forse era tutti e quattro insieme, era insieme il bue, l’aquila, il leone e l’uomo alato.
Eppure, se chiudo gli occhi, c’è una presenza più grande di tutti, più grande di te, più grande di me, più grande di tutti noi. È quella Stella Cometa con la sua Luce, io credo che il Vecchio con la Lanterna ha rubato un poco di quella luce per portarla agli uomini, perché potessero conoscerne un poco, sapere qualcosa della sua potenza. Non so come descriverla per bene so che è una forza grande e a volte mi sento piccina quando la sento e mi vien voglia di chetarmi e assoggettarmi ad essa. Forse ha qualcosa a che vedere con la terza povertà, non lo so.
Ti auguro che la Luce della Cometa rischiari il tuo Natale e ti porti il miglior epilogo per la tua lunga ricerca, magari nel prossimo Buon Nuovo Anno 2018.

Con tutto il mio affetto,

*******

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E così è Natale

Fra poco sarà Natale, di nuovo. Ogni anno mi dico che non mi importerà. Che è una sovrastruttura culturale. Molto antica, già pagana, ma sempre una sovrastruttura. Quindi non ne ho bisogno. Ne sono sicura. In fondo non sono molto diversa in termini evoluzionistici da un’antilope, loro non patiscono.

Me lo dico tutti gli anni, ma tento di ingannare me stessa. Non funziona mai. Improvvisamente sedendo sul divano dei kids con cocco in braccio, mi scendono alcune lacrime e paradossalmente è proprio in quel momento di resa che il dolore viene superato sulla destra e lasciato a rimpicciolire nello specchietto retrovisore.

Ora sto bene. La realtà è tornata vicina e i fantasmi del passato sono usciti a fare la spesa. Torneranno, mangiano come adolescenti e il cibo finisce in fretta. Ma per oggi gli ho messo un venti blu in mano con la promessa che non sarebbero tornati prima di stasera. Ora sono libera un paio d’ore.

In fondo, cosa accadrà di strano? Quello che è rimasto della mia famiglia si incontrerà per cenare ed espletare il macabro rituale dell’apertura dei regali. Con quella tipica concitazione che è propria dei miei consanguinei presto presto datemi le giacche. Presto presto prendete posto a tavola. Presto presto introduci l’antipasto introduci il vino introduci il primo il secondo il contorno. Fettina di panettone? Leggera leggera con un poco di panna montata. Presto presto presto. Tutti di là. Al mio via scatenate l’inferno. Questo è il regalo di nonna per Lodovico. Questo da Fabrizio per zia. Zia verso cugina. Cugina per sorella. Sorella per nipoti. Un campo magnetico incrociato un fuoco amico ma ne siamo sicuri un twister moderno senza vincitori. Fatto. C’è un pacchetto rimasto intonso sotto l’albero! Panico. Non c’è indicazione. Né di provenienza né di destinazione. Un vagone senza locomotiva che viaggia lentamente su un binario morto. Niente più bum bum per questo piccolo vagone giallo… Gli astanti si guardano con la stessa complicità di chi deve occultare un cadavere. Lasciamolo sotto l’albero dice qualcuno. Fa Natale, gli fa eco un altro. Grazie grazie grazie. Grazie zia grazie nonna grazie a tutti. Presto presto presto. Mezzanotte e zero uno tutti a casa.

Lo conosco, questo rito. Me lo ricordo. Posso solo ricordarlo. Da anni ho chiesto gentilmente di venirne dispensata. Il mio senso di estraneità a quello che è rimasto della mia famiglia si è fatto troppo denso, si è coagulato in un crostone che gratto via in continuazione ma quello si riforma, bastardo. Così ogni anno si ripropone questo sentimento pastoso, una mescola di nostalgia e senso irrimediabile di perdita, vorrei, ma non riesco. Così passerò il Natale coi kids, Cocco (l’Eletto), sempre vicino, Cagnolino (l’Ariano), e Benji, l’orsetto marrone (Vradelonegro), lui non conta un cazzo, ma Cagnolino dice che fanno come se era uguale a loro, testuale.

 

A volte cerco delle spiegazioni, per quello che è successo. Che il 14 novembre di tre anni fa ho visto mia madre per l’ultima volta, era il giorno del suo compleanno. Mi scattò veloce una fotografia, prima che scendessi dalla macchina, dicendo che ero bella, disse non sappiamo mai quando è l’ultima volta che ci vediamo.
Era quella.
Mentre poco prima sedevamo al tavolino di uno stucchevole bar del centro mi disse che mia sorella era brava, io non ero brava. Non ero mai stata brava.

Così la lasciai a mia sorella. Spero si vogliano bene, spero si prendano cura l’una dell’altra, spero azzecchino i regali. Non provo né odio né rabbia né rancore. Solo, talvolta, la settimana prima di Natale, devo accogliere in casa i miei demoni, rifocillarli, accendere il caminetto perché si scaldino le mani. Lo sanno benissimo di essere ospiti sgraditi. Ma suonano il campanello con l’arroganza di un esattore delle tasse, un ufficiale giudiziario, il funzionario protetto dal potere costituito. Sanno che sono costretta ad aprire loro, perché una cartella esattoriale deve essere pagata, un crimine espiato, il potere ossequiato con sussiego.

Io li faccio accomodare sul mio divano migliore, preparo il tè, pago loro il mio debito. Quando escono, rinfresco la stanza, brucio un incenso, siedo in silenzio. Lascio che l’amore che ho per i miei familiari si costituisca nella sua purezza, senza le incrostazioni delle piccole meschinità quotidiane. Lascio che l’astrazione di un sentimento vergine occupi tutto lo spazio che c’è, così non ci sarà posto per le piccolezze, per ciò che si è corrotto.

Farò questo ogni Natale, perché non sai mai quando è l’ultimo Natale.

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L’importanza di essere scelti

Dovrei cogliere i segni. Così dice mia sorella.
Be’, di segni ne ho ricevuti fin troppi.
La scorsa settimana Daniela decide di invitarci nella sua nuova casetta. Una bella casetta in quel di Montaldo. Molto accogliente. Con un cagnolino molto accogliente. A me non piacciono i cani, ma Frodo, lo devo ammettere, fa eccezione. In effetti somiglia più a un gatto, dico nei comportamenti. Ti guarda con tipici occhi da cane, come per chiedere un’autorizzazione. Poi (indipendentemente dal fatto che tu l’autorizzazione gliel’abbia concessa o meno), ti si accucciola vicino, col suo corpicino caldo di cane. Ed è pure liscio e pulito.
Quando vai via da Daniela, ti manca qualcosa. È Frodo. Ti manca quel corpo caldo.
Ricordo che una volta mia madre mi tenne in braccio, quando ero una bambina piccola, mentre facevamo il bagno in mare.
Il suo corpo era caldo, e mi proteggeva dall’acqua fredda.
Comunque ci troviamo io, Daniela ed Erika a cena da Daniela. Daniela non è che ami proprio cucinare, sicché Erika porta le sue lasagne coi funghi (perché? I funghi, dico, perché?) e Daniela mette nel forno i salatini Bo Frost. Io amo i salatini Bo Frost. Io ho già dichiarato che avrei portato solo la mia depressione, per cui giungo serenamente a mani vuote. Daniela ha segnato i posti a tavola con i colori dei bicchieri di vetro trasparente, per cui il posto verde è sicuramente suo, apprendo contestualmente che Erika ama il viola, e scopro che Daniela pensa che mi piaccia il rosso/arancione. A sì? Ma sì, in effetti non mi dispiace. Ci vorrebbe un nero-morte-blu-depressione per essere perfetti, ma a volte è meglio lasciarsi sorprendere dalla realtà quando questa è inaspettata.
Così dopo cena Erika mi legge la carta natale. Non c’è nulla di bello, però devo scrivere, devo proprio scrivere, questa è l’unica cosa chiara di quel cerchio adornato di linee e forme geometriche varie.
Poi in macchina mi spiega anche che non esiste che io debba essere bipolare solo perché era tale mio padre. Ma non si diceva talis pater…? Erika è psicologa, quindi non si fanno diagnosi. In questo anche si evidenzia la differenza tra guaritori del corpo e guaritori dell’altra cosa. Gli psicologi sono allergici alle diagnosi. Perché le diagnosi creano stigma. È giusto, ma anche abbandonarsi al diniego non mi pare una scelta saggia. Io ho accettato di essere malata, che sono sempre stata malata, che mio padre era malato, che non smetterò di essere malata, anzi, grazie al fenomeno della migrazione del sintomo, ora che papà è morto, sarò ancora più malata. Sarò malata fino alla mia morte. Non c’è redenzione, non c’è espiazione, non c’è salvezza. Soprattutto non c’è cura. Forse per questo gli psicologi non fanno diagnosi. Tanto è inutile, perché in psichiatria non c’è remissione. Da questo punto di vista, è meglio l’oncologia.
Io ho accettato come unica forma possibile di liberazione il fatto di essere malata. Ma i miei amici non riescono a farsene una ragione. Pensano “che mi passerà”. Che dolci. Sono i miei amici.
Comunque stasera mi porto a casa il primo di enne segni. Non lo so ancora. Lo scoprirò solo dopo aver messo i segni uno in fila all’altro, come le sagome di Primo Levi.
Siccome ho una certa età, il cosmo, con cui io parlo abitualmente come interlocutore d’elezione, ha pensato bene di mandarmi questi segni importantissimi per il mio futuro in un arco di tempo limitato, pensando alla mia capacità di trattenere le informazioni con la stessa pietà con cui avrebbe pensato ad un pesce rosso.
Così qualche sera dopo mi trovo alla mia prima sessione aperta di psicodramma.
Come ci sono arrivata? Questo ve lo racconterò dopo. Perché c’è tutto il succo succoso nella strada che mi ha portato allo psicodramma. Ma dobbiamo procedere con ordine. Perché chi procede in disordine, di solito muore giovane, anche senza essere amato dagli dei. Questo l’ho capito osservando mio papà, che oltre ad essere bipolare, era affetto da un DOC (che non vuol dire Dottore, anche se lui in effetti era anche dottore, ma disturbo ossessivo compulsivo) di entità media, che non gli ha impedito di vivere fino a 81 anni.
Ergo, per il succo succoso dovrete attendere.
Vi basti sapere che con assoluta serenità mi sono iscritta a questa sessione aperta e, nonostante la mia fobia sociale, mi trovo ora proiettata in un mondo parallelo, nascosto in un appartamentino al pian terreno al fondo di un cortile di una via del centro storico.
Mi accoglie la conduttrice, una psicologa che avrà all’incirca la mia età, carina, bionda senza averne l’aria direbbe Guccini. Di poche parole. Non sembra pensare che io necessiti di informazioni anche basilari. Tipo dove lasciare la mia fottuta borsa, dove lasciare il mio fottuto cappotto. Dove lasciare le mie fottute scarpe. Perché odio gli psicologi e le psicologhe? Perché riescono ad irritarmi qualunque cosa facciano o non facciano? Le loro parole sono preziose. Preziosissime. E quando ti guardano, non ti danno mai l’impressione di guardare un proprio simile. Riescono sempre a trasmetterti l’idea di una diversità radicale. Ontologica. Incolmabile. La biondina di mezz’età non fa eccezione. Non si sente in dovere di rompere il ghiaccio con una sconosciuta che presto sarà massacrata dalle sue stesse emozioni. Hanno studiato molto e pagato molto per ottenere questo risultato: non doversi più sentire in dovere di fare ciò che il resto del mondo pensa ancora di dover fare. Siamo ingenui noi. Loro l’ingenuità l’hanno persa. L’hanno barattata in cambio di una mente pensante.
Ma forse ha ragione. C’è solo una panchetta in questo che non è neanche un ingresso. Dove altro potrei lasciare le mie cose poco pensanti?
Siffattamente scalza, quindi quasi nuda, entro nel luogo più bello dove sia mai entrata. È un’astronave. Faremo un viaggio fuori dal mondo, qua dentro. Piccola. Una stanzetta decisamente piccola. Foderata internamente di moquettina pelosetta scurina. Per terra, un tappeto rotondo bianco panna di moquettina pelosetta, lievemente rialzato. Da un lato, un anfiteatro microscopico, più alto che lungo, per il pubblico (che coincide con i performer). Al centro del soffitto, un tetris di quadrettini illuminati, che più tardi scoprirò potersi illuminare anche solo per settori.
Entrando, incontro l’unico del gruppo più ansioso di me. Gli ansiosi arrivano sempre in anticipo. Lui è il primo. Io la seconda.

[Fuori in questo momento c’è un bel sole. Sta iniziando la primavera. Vorrei essere fuori con qualcuno, o al mio gruppo. Ma il mio gruppo l’ho lasciato, che io sia stramaledetta. E sono al chiuso della mia casa, sola, a rincorrere segni].

Mi presento. Lui si chiama Marco. Si è appena separato. E credo che la sua nuova condizione non gli piaccia, perché ha bisogno di gruppi. Provo una simpatia immediata per questo ragazzo basso che denuncia senza pudore la sua condizione di infelicità. Gli uomini bassi e schiacciati hanno una loro attrattiva.
Siccome non sono psicologa, sento addirittura il piacere di fare due chiacchiere nell’attesa. Arrivano altre ragazze che come me si presentano. Ma quando il numero degli arrivati raggiunge la soglia critica di sei, dal settimo non si presentano più. Un ciao generico è più che sufficiente.
Sono stranamente socievole e di buon umore. Questo è di solito preludio a catastrofi di lieve-medio entità.
Si comincia. La biondina ha messo dei cuscini per terra. Ci sediamo sui cuscini. Dà un cuscino rosso (servono a un sacco di cose ‘sti cuscini) ad un ragazzo alto, gioioso, giovane, arrivato in compagnia di due giovani ragazze avvenenti e bionde, in minigonna, gli dice di dire il suo nome, associare un piccolo aneddoto al nome, dire perché si trova lì e passare il cuscino a un’altra persona. Si chiama Piero, ha un accento udibilmente toscano, parla del vino che ha appena bevuto, e sono passibile di denuncia in questo momento, perché la prima regola del fight club, è che non si parla del fight club.
Questo ragazzone giovane e socievole si dà una rapida occhiatina intorno, poi senza troppe indecisioni, mi passa il cuscino. Sceglie la signora di mezza età spilungona. Mi attraversano la mente le note di Mrs. Robinson. Tu, tuturututtu, turuttuttu, turuttuuuu……
Brandisco il cuscino, dico il mio nome e tento di spiegare l’etimologia greca, suona un po’ altisonante, così viro al mio registro abituale: automortificazione demenziale travestita da pagliaccio ironico. Poi passo il cuscino a Marco-il basso-separato, che siede proprio accanto a me, perché penso che questo ragazzo meriti un’altra opportunità. Ho già un’identificazione massiccia con Marco. Gli passo il cuscino come fosse un solitario con pietra da molti carati, corredato da proposta di matrimonio.
Ben presto si evidenzia come la maggioranza delle persone presenti siano giovani psicologi, ma più psicologhe, che stanno seguendo la scuola di psicodramma, e altrettanto presto mi si evidenzia che faremo da cavie. Io, una coppia sui cinquanta, una coppia di amiche sui trenta, una ragazza, Clara, che non lo so ancora, ma sarà la protagonista della serata, e io con lei. Perché anche lei, mi sceglierà. Noi siamo quelli della sessione aperta, loro quelli della scuola. Noi siamo le cavie, loro gli scienziati.
Finite le presentazioni, facciamo alcuni giochi di riscaldamento. Mi piace sempre quando mi fanno giocare. Ci prendiamo per mano, e tutti in cerchio dobbiamo alzarci puntando solo i piedi. Io rompo anche il polso a Marco, oltre a puntare i piedi, ma un comando è un comando. E un comando dato da una psicologa, è un comando più comando. Una volta in piedi, la biondina ci dice di camminare occupando semplicemente lo spazio vuoto che troviamo. Facile a dirsi, in questo cerchio bianco di quattro metri di diametro che ospita venti persone. Sarà funzionale alla ricerca di un contatto, penso fra me mentre più che occupare lo spazio vuoto (che non esiste), cerco di non sbattere contro nessuno.
Poi quando incontriamo qualcuno (questo non è difficile) dobbiamo dargli un piccolo contatto fisico. Forte. Mi piace quando mi fanno giocare.
Un tocco sulla spalla. Una mano che si posa su un’altra mano. Quando incrocio Marta (la conosco da quattro minuti) ci abbracciamo come se avessimo fatto la guerra di Corea insieme nello stesso battaglione, e non avessimo più avuto notizie l’una dell’altra da decenni. Sono così felice di scoprire che è ancora viva! Il cuore di Marta è aperto, e il mio cuore si apre incontrandola. Misteri dello psicodramma, questo Moreno l’aveva capito. Che se metti un numero di persone sufficientemente elevato in una stanza sufficientemente piccola, accadono cose. Nessuno può prevedere cosa accadrà, ma che qualcosa accadrà, questo è sicuro.
Altri giochi di siffatta natura. Quando siamo belli caldi, disinibiti, amici, intimi, senza difese, pronti da sbudellare, ci sediamo a gruppetti di quattro intorno ad un tavolino. Il tavolino è rappresentato indovina? Da un cuscino. Cuscini multi-tasking.
Con una musichetta di sottofondo che occulta le parole altrui, narreremo ai nostri tre nuovi amici, a turno, qualcosa di noi. Una specie di presentazione, una storia, la nostra storia.
Ed ecco due segni belli grossi che si rincorrono.
Comincia Alexandra, la russa giovane appena sposata che organizza eventi. Detto così sembra un cliché, ma Alexandra è carina, e parte in quarta con una spassionata descrizione di sé come di una persona svalvolata che trova la sua vera natura e la vita stessa nello scrivere. Passa la vita a fantasticare storie, e anche stasera ha già buttato giù mille trame incrociate dalle suggestioni delle cose ascoltate e viste. A posto. Poi parlo io. Ne esce una vita fallimentare, inutile, costellata di sofferenze più o meno degne di nota, direi nel complesso fine a se stessa. Poi parla Clara. Ci credereste? Clara trae linfa vitale dallo scrivere. Va tutto male. Col marito va male. Due figli, l’adolescente la odia e scappa di casa, il piccolo la consola, col marito ci lavora, lei deve trovare la sua identità. La crisi epocale di una vasta percentuale di donne sposate. Eppure Clara ci piace. Il suo racconto privo di reticenze ci tocca. Mette a nudo il momento attuale. Con coraggio. Non è in balia di questa cosa. La domina. È in sella a questo cavallo imbizzarrito che è la sua vita e tiene ben salde le redini, perché sa che ‘sto cavallo lo deve solo domare. Non ha dubbi che la bestia sia domabile. Deve solo riflettere, lasciar passare del tempo, resistere, è lei che domina il cavallo. Il cavallo non può disarcionarla. Clara è un’amazzone. È lei la padrona.

Io Clara l’ho incontrata al Parco di Villa Pamphilj la scorsa estate. Era passato un anno o forse due. Ero in imbarazzo, perché dopo un’iniziale amicizia mi ero defilata. Per via di quel delirio di dominio amazzonico. Mi raccontò fitta fitta questo e quello, e in poche parole non era cambiato nulla, ma soprattutto non era cambiata lei. Era ancora avvolta nelle briglie a lottare. Io per allora avevo già imparato a non dare consigli alla gente, ma dentro di me pensai che forse se avesse lasciato respirare quel cavallo che schiumava dalla bocca, se gli avesse smollato il morso e le redini, forse se fosse addirittura scesa dalla groppa di quella povera bestia, forse le cose sarebbero andate meglio, ma questo invero non lo posso sapere perché ognuno sta in sella al cavallo proprio e ciascuno gli sussurra come può e comunque a volte il cavallo è proprio sordo. Ma sentii l’esigenza di scappare, di nuovo, di allontanarmi, di esibirmi nel mio movimento d’eccellenza. Il défilé.
Eppure io spero davvero che Clara trovi il suo modo di essere felice, non mi importa più sia uguale al mio, perché penso che John Lennon avesse ragione davvero, Love is the answer, e la Clara amava, seppure il suo cavallo sembrava non la volesse proprio sentire. Ma lei gli parlava lo stesso, quasi non le importasse davvero, che lui la ascoltasse o meno.